Lucia Re, "È terra bruciata", Valigie Rosse, 2026


A proposito dell’attesa
mi hai fatto togliere gli orologi da tutti i muri
dai polsi i gioielli gli anelli che poi quali gioielli mai.
Mi hai fatto sentire il tempo come resto di tempo,
e in assenza di lancette avevamo due palpebre ognuno
ad assillarci, dormienti, inferocite.
Ci credo che non ci guardavamo più.

L’attesa gaglioffa di un muro da riempire
di un lungo corridoio da incupire ancora
un altro pezzo di mondo da distruggere.

Per fortuna tu non sei il mio sangue

*

Ho tutte le braccia segnate
come per dirmi qualcosa
per dire che qualcosa dal nulla
è avvenuto,
dal deserto che eravamo
noi disfatti ormai pure nei difetti
nei nostri odi
marci pure i dolori.
Qualcosa che anche su questo tavolo
tra lo scottex e il detersivo
imputridisce
il blocknotes della spesa vuoto.

*

Ritorno a me con un velo
una sciarpa un mantello un ombrello
una copertura dal freddo
dal caldo dall’aria
dal mare largo dei sogni
da quasi tutto ciò che è profondo che è grande
lo spazio il tempo il futuro
mi stringo mi chiudo rinuncio a ogni larghezza.

Poi quando mi spoglio soltanto
una coppia di occhi
a una coppia di occhi
che guarda più in fondo
mi guarda di più.

*

Come il pittore che sa della pesantezza
e fa i cieli leggeri
ho passato la giornata a vagare in silenzio,
a cucire le ore in mezzo all’afa
a infuocare questa solitudine calma.
Gli altri tutte comparse, non erano lingue
e in ogni caso potevano sembrare sorridenti,
ancora più inutili dei fantasmi nei sonni.

È stato semplice pensare alle mie cose oggi:
così senza di voi tutto è sogno.
Vivo grazie a quello che mi avete lasciato,
è molto di più che se foste qui.
Niente è presente mai.

*

Oggi una multa da pagare
e nulla che mi riguardi.
[Che mi riguardi il nulla?]

Le maglie larghe, dimagrita ci cado
nuove prove di vecchie mancanze.
L’io è il primo vocativo.

Ci vuole coraggio sia per fare che per non fare.
Ma il fatto che il silenzio sia più elegante,
che tacere sa di vittoria per tutti,
– di sconfitta per me –
è l’eco finale di tutte le mie guerre.

Non sarà questo il mio silenzio.
Qui il cruccio il tormento lo sfogo.
Non credete alla mia parola poetica.

*

A sentirsi male si è buoni sempre
ma se la notte è una conca trasparente
dove le braccia che addormentano
sono fatte di assenza
stare male è un altro errore
uno spavento dietro la porta
scia di pece in corridoio.

L’idea giusta per la serata era:
la stanchezza
come una sorella
lasciarsi sopraffare
una fronte sulla fronte,
chiudere gli occhi piano
la mia mano sul divano
non un pensiero di te
sempre più vano.

*

Questa è l’ora peggiore
che non sa essere rullo di tamburi
o fiato finto nella camera
che all’improvviso singhiozza e ride
non è l’ora blu, la fotografia,
la mia preferita
l’ora di morte e di vita.

Questa è l’ora cieca
in cui si vedono solo croci nei lampioni
che ogni luce è croce
e si sente tutto il possibile male
fino all’apparire della lunga piramide rossa
unico abbaglio affidabile
rosso triangolare
vertice esangue
rosso finale.

*

Lucia Re (Palermo, 1987) è libraia, editor e fotografa. Vive a Roma. Ha pubblicato il volume Ritratto in movimento. Conversazione con Franz Prati (Campisano, 2023). È terra bruciata è la sua prima raccolta poetica.





La poesia contemporanea in lingua italiana