"Fresco di stampa": Filippo Ticozzi, "Manovra di disostruzione", Puntoacapo Editrice, 2026


Nel letto di ospedale
i fiori sul davanzale sono
acne di un viso giovane,
buchi scavati da dentro.
La finestra insuffla un’ossessione
che accelera il respiro, alluminio
dei contorni canna di fucile
che non riflette nulla.
Uno specchio in penombra
secca la bava sul mento.

Il tempo è una chiocciola svuotata
dal lampo famelico del pettirosso,
un’unghiata porpora che
smembra il paesaggio di
saggina e foschia.

*

Nel mezzo della carne non sento nulla,
nella copula spesso
già sazia la pelle si fa morbida.
E invece bisognerebbe insorgere
come quarti di bue nella vetrina
del macellaio.

E invece meglio fare da soli.
Non sprecare niente.
Meglio imbiancare nel letto,
in attesa del disastro decisivo che
il cellulare nell’altra mano aspetta.

*

I topi corrono in solai desolati, per questo
non hanno distanza dai loro denti aguzzi,
troppo aguzzi per afferrarsi la coda.
Trascino i miei anni sulla montagna.
Ho posato l’ultima pietra sulla bara
ormai nascosta, che contiene mio
padre. Un giorno che non ricordo.
La cima spellata alla finestra
segnava la notte pesante nel
costante rumoreggiare dei roditori
in spazi angusti.

*

Immobile ecco
quello che fa il dolore. Fa di selciato
il ricordo vecchio di asciugamani accantonati
nel bidè d’estate. Sabbia umida e una macchia
strana. A terra la minuscola conchiglia
di un paguro rinsecchito,
stampato su un sasso che cambia
nel tempo: non finisce ma rivela
l’immobilità dell’aria, dove il dolore
ha il suo nido solido.

Il geco aspetta la notte per esibirsi al bagliore
e diviene invisibile. Divoratore di prole
incosciente, come fiori del cimitero.

*

Un appetito insanguinato, immobile
e libero, potrebbe approfittare
in primavera delle ossa in sfacelo,
quando la notte è più breve e il lascito
delle battaglie un odore pungente.

I carboidrati macinano sé stessi
diventano zuccheri e poi sangue.
La veglia ne versa fiotti lungo le strade.
Più calmo è il dormire, senza il
conforto delle linee di misura ma avvolto
di dentro, mentre la pelle secca e cade.

*

Una porta è fatta solo di stipiti
rumorosi. Dell’incanto rimane
il vuoto, la soglia non è
che la forma.

Muovi i piedi nella sabbia
che scotta, accecata odori
il mare che ha il gusto di tutto,
anche del male.
L’ingresso dell’albergo
un disegno lontano,
una figura essiccata.

*

Filippo Ticozzi (1973) è autore e regista di documentari. Ha scritto di cinema su riviste e in volumi collettanei. Insegna Cinema Documentario e Sperimentale all’Università di Pa via ed è referente del Centro di Studio Officine Creative Unipv. Scrive poesia dal 2023,  Manovra di disostruzione è la sua prima raccolta.





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