Barbara Coacci, "La consistenza", Arcipelago itaca Edizioni, 2025


Maternità con pioggia

Non eravamo pronte
a questa epidemia di gocce
alla rottura
violenta delle acque
da un cielo in bilico sul porto

non avevamo scuse per gli squarci
non avevamo scarpe
il figlio che nasceva era una femmina
dai piedi forti per aggrapparsi al suolo

due anime di legno tenero
guardavano il rovescio

*

Previsioni

Così si fa il respiro, largo e quieto
come una piazza assolata alla controra
quando i tuoi occhi cadono nel sonno.

Ti guardo e vedo
la donna che sarai
le gambe sempre in moto
il naso al cielo a cercare la stella
quella che adesso, dici, può esaudirti
qualunque desiderio

elenchi i tuoi mestieri preferiti
parrucchiera ballerina pittora
e poi maestra cuoca venditrice
di magie con le tue piccole mani
a mulinare in aria
e oscuri abracadabra
irripetibili un attimo dopo

*

Prologo

Un canto di sirena svuota il sonno
andare o non andare
– intanto resto –
fingere che sia per caso
la biancheria lasciata sul tuo letto
sfilare sull’orlo del naufragio
la cima, il calendario,
la nuca dalla mano

*

La notte dell’armistizio ha un cielo vischioso
un guado che piega la schiena
il fiume rosso sopra l’ultimo campanile
la sponda che ci divide

sempre il tuo nome si circonda
di grani di polvere e spore
a ogni pronuncia chiede
nuova udienza

– dimmi dove passare il confine
dove mettere il piede –

*

Tenere la vita in ordine
i giorni con i giorni
i cambi di stagione insieme al vento
se gonfia o no le vene
il tempo
per me volato, per te
rimasto fermo

Cosa rimane di tanto frastuono
se non qualche gingillo
appeso a un chiodo?

*

Cimitero con vista

Oggi i miei morti non fanno rumore
quieti nell’orizzonte
scampato alle lapidi.

La tua voce è un bisbiglio
in mezzo alle cicale
“Fai con calma, baby,
fai tutto con calma”.
Cosa, papà? Cosa? Ma tu non senti
sei già oltre le vele, lontanissimo

*

Quando l’azione è densa
tutta bianca nella luce tutta piena
tutta vissuta dal di dentro
di spazi scontornati
di atomi serrati schiena a schiena
che non ti importa niente
del vuoto che ci incalza
non c’è pensiero che tenga
che valga la pena

Infatti non ho pensato, all’inizio
ho preso come ciliegie da un ramo
i giorni miti della primavera
e quelli a seguire sempre più torridi
e i frutti caduti, ho preso
beccati dagli uccelli
la pelle non più lucida, graffiata
e ho preso anche quelli ormai andati a male
l’odore dolce di fermentazione
mi ha convinta

dopo, più tardi, ho pensato a lungo
un pensiero disteso
lungo il ramo spogliato
le asperità del legno che pungevano
alla carezza cauta della mano

*

Barbara Coacci (1969) nasce ad Ancona, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato la raccolta di poesie Nessuna nuova (La Camera Verde, 2009).





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