"Anteprima Portosepolto": Carlo Giacobbi, "Erbe d’esilio", peQuod, 2024


Ruderi di cielo

ama l’addio della foglia
ogni quieta dolcezza dello sfiorire

sono silenzi d’occhi nella luce svilita

riconoscere nella prova occasione

le trame nere e nude, loro pasqua
in fioritura

*

Quando ci accorgemmo che su ogni fiato in ascesa
andavano crollando ruderi di cielo, non fu difficile
farsi persuasi dovessimo credere meraviglia

lo sfiorire delle rose. Non avremmo mai creduto
saremmo riusciti a fare Dio senza esserlo, a cavare
un che di luce dal suo contrario, che si potesse



scorgere incanto nel giallore di foglie
calate sul grigio dell’aria. Di quanto appare, tutto è
né questo né quello, né quanto si veda

ma più ciò a ciascuno convenga.
Così, anche la putredine dei frutti caduti a nessuno
le pareti mute alla tua insonnia



l’ostinata indifferenza del loro bianco
la crudeltà del silenzio, il suo ghigno venuto a soffiarti
«no, non è un incubo», furono temi da dipanare

sulla pagina intestata «cosa c’è di buono in questo»
o in quella «cosa vuoi dirmi, inferno».
Ci abitarono nubi, frane, buio di scale, stanze

di echi; rami mossi da spiriti inquieti.

**

Ma di’ soltanto una parola

a quale più affilato sguardo
a che imo o apice dell’avvertimento

a quale grado d’ossessa vigilanza
o più infitta allerta d’udito - mi chiedo -

la voce, la carne?

noi s’è qui, si attende

*

Altro non possiamo; fessurare gli occhi
a scorgerti seppure per accenni, mai compiuto
solo per rimandi; per voce d’allodola

muso di volpe, aria di mughetto; e vento e rovo
e capro e stella e tutto; tutto il possibile
e l’impossibile del tuo avveramento.



Orme che a volte di te non intendo
quando la voce pigra nel suo lagno e non si leva
o stalla e poi, ripiega giù; esistere

dovrebbe essere più del mio vanire d’occhi
nella luce agra, più di questo sempre masticare
le erbe dell’esilio; perdonami



è da cospargersi di cenere il capo; è misura
del non credere il sospetto non ti giunga il pianto
o il paventare tu non sappia

già prima del mio chiedere.
Stare così, malati di senso, e per pudore tacerlo.
Ma cova in noi sepolto un urlo: devi esistere devi



devi esistere; o il dolore sarebbe dolore
e la vita tutta e il mondo e gli occhi di mia figlia
e questa smania d’immenso null’altro

che il caso capriccioso dell’assurdo.
Non sono degno, vedi, non sono degno.
Ma di’ soltanto una parola, muovi un fiato, qualcosa

soffia un sibilo, un sussurro.

*

Carlo Giacobbi è nato a Rieti nel 1974. Nella città natale risiede e lavora. Ha manifestato, sin dalla giovinezza, interesse per la poesia, la letteratura, il teatro, la musica e il canto. È nelle redazioni di Arcipelago Itaca e Versante Ripido. Collabora con Macabor editore. Ha pubblicato, da ultimo, Abitare il transito (Arcipelago Itaca), Vicende e chiarimenti (Puntoacapo), Anche quando è malora (Arcipelago Itaca).

*

Tutti i libri della collana di poesia Portosepolto sono ospitati in anteprima nazionale su questo blog e sui canali social Poeti Oggi attraverso una selezione di testi a cura della redazione. Portosepolto nasce nel gennaio 2021, dalla collaborazione tra Luca Pizzolitto (direttore della collana) e Marco Monina (editore di peQuod). 



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